Una nuova frontiera della scienza archeologica si è aperta sopra le sabbie d’Egitto. Utilizzando una tecnologia radar avanzata dallo spazio orbitale, un team guidato dai ricercatori Filippo Biondi e Corrado Malanga ha mappato con straordinaria precisione l’architettura interna della Grande Piramide di Giza — uno dei monumenti più iconici e studiati della storia umana- con un livello di dettaglio straordinario. Il metodo, completamente non invasivo, potrebbe ridefinire il modo in cui possiamo studiare strutture antiche senza alterarne l’integrità.
Va però sottolineato che lo studio è attualmente disponibile solo in forma di pre-print e, a più di tre anni dalla sua pubblicazione iniziale nel 2022, non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria (peer review). Questo ritardo ha sollevato interrogativi all’interno della comunità scientifica in merito alla validità dei metodi e all’interpretazione dei risultati.
La promessa dell’imaging spaziale
Al centro dello studio vi è un utilizzo innovativo della tomografia Doppler con radar ad apertura sintetica (SAR). La SAR è impiegata da tempo nell’osservazione terrestre, in particolare per monitorare deformazioni del suolo o movimenti strutturali. Tuttavia, il suo impiego per “guardare dentro” strutture megalitiche rappresenta un significativo cambio di paradigma.
La SAR tradizionale è limitata dalla scarsa capacità delle onde elettromagnetiche di penetrare in profondità in strutture dense e solide come il granito e il calcare. Tuttavia, concentrandosi non sulle immagini statiche ma su sottili micromovimenti — minuscole vibrazioni che si verificano naturalmente nella struttura a causa di fattori ambientali — i ricercatori hanno trasformato un limite in un’opportunità.
Queste vibrazioni, influenzate da attività sismica di fondo, vento e rumore urbano proveniente dal Cairo, alterano impercettibilmente il segnale radar. Analizzando queste lievi variazioni, il team ha ricostruito immagini tomografiche dell’interno della piramide, con una risoluzione verticale di circa un metro.
Ricostruire la piramide dall’interno
Il metodo è stato inizialmente testato su strutture note come la Camera del Re, la Camera della Regina, la Grande Galleria e la cosiddetta camera “incompiuta” nel sottosuolo. Questi ambienti sono apparsi con chiarezza nei dati radar, suggerendo che la tecnica è in grado di individuare grandi spazi interni.
Una volta convalidata, l’imaging ha rivelato numerose altre anomalie — corridoi, cavità e camere — alcune delle quali non erano mai state documentate prima. In totale, sono state identificate 20 strutture interne, inclusi passaggi e vuoti osservati per la prima volta, in particolare nelle sezioni superiori della piramide e nei suoi livelli sotterranei.
Tra queste vi era una struttura allineata con un ampio vuoto precedentemente rilevato (talvolta menzionato in studi precedenti di tomografia a muoni). Quest’area simile a una camera, situata al di sopra della Grande Galleria, sembra collegarsi ad altri spazi interni finora non osservati, formando quella che potrebbe essere una rete più intricata del previsto.

Superficie esterna: otto facce, non quattro
Oltre all’imaging interno, il team ha utilizzato l’interferometria SAR per riesaminare l’esterno delle tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino a Giza. L’analisi delle frange radar — schemi che emergono dall’interferenza dei segnali radar — ha mostrato che ciascuna facciata delle piramidi presenta una leggera curvatura verso l’interno lungo il proprio asse verticale.
Questa concavità è risultata coerente in diverse immagini e angolazioni. Sebbene studi precedenti avessero ipotizzato l’esistenza di questa caratteristica, non era mai stata confermata in modo sistematico attraverso dati radar acquisiti dallo spazio. Le evidenze suggeriscono che ogni faccia delle piramidi sia sottilmente divisa in due piani, conferendo loro otto lati anziché quattro — una scelta progettuale che potrebbe aver avuto funzioni ottiche, strutturali o simboliche.
Questa concavità risulta più evidente vicino al suolo ed è coerente con le misurazioni ottenute tramite scansioni lidar, utilizzate per convalidare i dati radar in modo incrociato. Il margine di errore tra le due tecnologie è stato minimo, spesso entro i 10 centimetri.
Le vibrazioni come strumento di mappatura
Il successo di questa tecnica di imaging si basa su un principio preso in prestito dalla fisica e dall’ingegneria: modellare ogni sezione della piramide come un piccolo oscillatore armonico. Bisogna immaginare ogni pixel dell’immagine radar come una massa su una molla, la quale risponde all’energia invisibile che si propaga attraverso la pietra — dai movimenti sismici sotterranei alle vibrazioni generate dal vento. Analizzando come queste minuscole oscillazioni alterano i segnali radar, è possibile accedere a un nuovo livello di informazioni.
Questa modellazione ha permesso la creazione di sezioni tomografiche verticali attraverso la piramide, rivelando non solo vuoti, ma anche corridoi e camere comunicanti con un livello di dettaglio sorprendente. Alcune camere, come quelle collegate alla stanza del sarcofago, sembrano far parte di una rete interna più estesa, forse connessa tramite rampe doppie e cunicoli discendenti.
Ciascuna di queste risposte vibrazionali è stata mappata e ricostruita in un modello digitale tridimensionale, offrendo quella che gli autori descrivono come la rappresentazione interna più completa della piramide realizzata fino ad oggi — ottenuta interamente senza alcuna intrusione fisica.
Riconsiderare l’architettura antica
Oltre alle rivelazioni archeologiche immediate, questi risultati potrebbero influenzare dibattiti di lunga data sullo scopo e la costruzione delle piramidi. La complessità delle nuove strutture interne scoperte conferisce maggiore credibilità a teorie architettoniche alternative, come l’uso di rampe interne o di camere di risonanza.
Vi sono anche implicazioni su come gli antichi costruttori concepissero la struttura e la stabilità. La sottile concavità delle pareti esterne e la collocazione strategica dei vuoti interni potrebbero indicare un’ingegneria sofisticata, finalizzata a gestire il peso, le vibrazioni o altre sollecitazioni strutturali.
Lo studio richiama idee precedenti che ipotizzano connessioni tra il design delle piramidi e fenomeni come le vibrazioni, l’acustica o l’energia atmosferica. Sebbene tali ipotesi restino speculative, l’imaging vibrazionale fornisce nuovi dati misurabili che potrebbero supportare o smentire queste teorie in ricerche future.
Esplorazione non invasiva, su larga scala
Forse l’aspetto più rivoluzionario di questa ricerca è proprio il suo metodo. A differenza di robot, trapani o endoscopi — tutti strumenti che richiedono accesso fisico e comportano un certo rischio per i monumenti antichi — la tomografia SAR consente un’analisi completamente remota. Il satellite utilizzato per lo studio, parte della costellazione italiana COSMO-SkyMed, ha orbitato a oltre 600 chilometri sopra la Terra, raccogliendo dati da angolazioni e in momenti diversi.
Ciò rende il metodo potenzialmente applicabile ad altri siti archeologici, soprattutto quelli inaccessibili o fragili. Altre piramidi egiziane, città sepolte nella giungla o siti desertici ancora da scoprire potrebbero rientrare nelle future campagne di rilevamento.
Un nuovo capitolo per l’archeologia… o solo una bozza?
Sebbene i misteri della Grande Piramide non saranno mai completamente svelati, questo studio dimostra che la tecnologia può spingere oltre i confini di ciò che sappiamo — o crediamo di sapere — sul passato.
Rimane tuttavia fondamentale mantenere un atteggiamento di cautela. In assenza di revisione paritaria e di una replicazione indipendente, i risultati devono essere considerati preliminari. Il processo scientifico richiede rigore, verifica e validazione — soprattutto quando le scoperte mettono in discussione interpretazioni consolidate. Resta da vedere se queste affermazioni resisteranno alla prova del tempo e a un esame approfondito.
Per ora, la piramide resta silenziosa, anche se, grazie al radar satellitare, oggi possiamo imparare ad ascoltarla meglio.
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